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LA
POPOLAZIONE |
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L’evoluzione della popolazione nella
Comunità montana è espressione concreta delle
dinamiche involutive socio-economiche in atto ormai da tempo,
che le politiche di sviluppo locale tentano di bloccare e di
riorientare in senso positivo.
All’1/1/2000, come si è detto, nel territorio amministrato
dalla Comunità montana risiedevano 45.361 abitanti, di
cui poco più del 51% era costituito da femmine. La consistenza
e la struttura attuale della popolazione è il risultato
di un’evoluzione di lungo periodo, che si esprime in due
fenomeni di immediata percezione:
» lo spopolamento;
» l’invecchiamento.
Se si guarda all’andamento storico della variabile demografica
in termini quantitativi, si osserva che la consistenza della
popolazione si è ridotta del 53% nel corso della seconda
parte del secolo scorso, cioè in media più dell’1%
all’anno, e che ancora nel 1951 la popolazione dell’area
era pressoché pari a quella della città di Foggia.
Evidentemente, lo spopolamento montano è stato provocato
non solo dalle condizioni di vita e dalle minori opportunità
di lavoro presenti nell’area, ma anche dall’attrazione
esercitata dal comune capoluogo oltre che da altre regioni e
dall’estero (Tav. 2).
L’analisi demografica per classi rivela immediatamente
l’incidenza dell’invecchiamento, che da una parte
dipende dallo spopolamento causato dall’emigrazione delle
classi giovani, dall’altra dall’allungamento della
vita effettiva, cioè dalla transizione demografica, intesa
come movimento di lungo periodo nel corso del quale le popolazioni
storiche, caratterizzate da alti quozienti di natalità
e di mortalità e da una vita media relativamente contenuta,
si trasformano in moderne ovvero in popolazioni contrassegnate
da tassi di natalità e di mortalità più
contenuti e da una vita media crescente.
In soli otto anni, la classe della popolazione anziana, cioè
gli ultra-sessantaquatrenni, aumenta di tre punti percentuali,
passando dal 19 al 22%, sottraendo peso soprattutto alla classe
di età fino a 14 anni. L’andamento della provincia
è simile, in quanto anche qui la classe più penalizzata
risulta essere quella più giovane, ma recuperano anche
le classi produttive (15-64 anni di età).
Queste differenze, ancorché minime rispetto ad una dinamica
comune a tutta la popolazione italiana, sono ugualmente significative
perché mettono la popolazione della Comunità montana
alla testa di un fenomeno involutivo e le assegnano un connotato
di debolezza facilmente percepibile, specie se analizzassimo
gli indicatori demografici, che danno un’immagine previsiva
della struttura demografica. In termini di indice di anzianità,
mentre nel 1991 per ogni giovane al di sotto dei 15 anni vi
erano 1,1 anziani, all’inizio del 2000 tale valore passa
ad 1,4; similmente, per ogni soggetto in grado di lavorare,
il carico sociale prodotto dalla popolazione che non è
in condizione potenzialmente lavorativa passa dal 59 a quasi
il 62%, e ciò, essendo in diminuzione il peso di quella
più giovane, è dovuto soprattutto all’incidenza
della classe di età superiore ai 65 anni, (Tavv. 3 e
4). Gli altri indicatori appaiono coerenti con quelli osservati
in particolare e, soprattutto, denunciano differenziali considerevoli
rispetto ai medesimi indici riferiti alla provincia.
Alla scala comunale, il Censimento del 1991 vedeva i giovani
con meno di 15 anni superare gli anziani ultra-sessantaquattrenni
in quattro Comuni -tra i quali i due più grandi di Ascoli
Satriano e Troia- mentre in quelli più piccoli (Celle
San Vito, Panni, Faeto) si registravano punte di 2-2,5 anziani
per ogni giovane; un indice di dipendenza (anziani su popolazione
in condizione di produrre reddito) superiore al 31%, che anche
alla scala comunale superava regolarmente il corrispondente
dato provinciale (meno del 20%), con punte dell’ordine
del 45-55%. Le rilevazioni effettuate all’inizio del 2000
mettono subito in evidenza che i giovani sopravanzano gli anziani
soltanto ad Anzano e Castelluccio dei Sauri, e che l’indice
di dipendenza si colloca tra il 45 e il 55% in sei Comuni, con
una punta prossima del 60% a Celle San Vito.
Per avere un’idea del valore differenziale negativo di
questi dati, è sufficiente ricordare che la medesima
quota per la città di Foggia è del 19%, per il
Mezzogiorno del 16% e per l’Italia del 18%, per non parlare
di zone interne e montane della Calabria o della Campania (queste
ultime limitrofe all’area comunitaria) dove il suddetto
valore supera appena il dato a due cifre (11-12%).
Questo andamento, davvero preoccupante in prospettiva, assume
maggiore evidenza se si analizzano gli stessi valori secondo
il genere. In alcuni casi l’indice di invecchiamento riferito
solo alle donne raggiunge valori dell’ordine del 40% (Orsara
di Puglia e Sant’Agata di Puglia), contro una quota di
giovani al di sotto dei 15 anni che non raggiunge l’11-12%
(il che equivale a dire che per ogni ragazza ci sono quattro
anziane). Pur scontando una certa approssimazione e vizi di
eteroschedasticità delle rilevazioni dirette, la situazione
appare indubbiamente peggiorata rispetto al dato censuario in
soli sette anni, confermando il timore che nei periodi di crisi
e di aggiustamento prolungato dell’economia, come è
quello attuale, le aree più deboli risentono dei connessi
effetti negativi in misura maggiore sebbene più lenta,
ma anche le loro capacità di recupero sono minori e più
diluite nel tempo.
Come si sia giunti a questa strutturazione della popolazione
è spiegato dall’osservazione del movimento anagrafico
nel corso del ventennio 1979-99 (Tavv. 5a-e). Questo rappresenta
efficacemente gli effetti cumulativi della composizione dinamica
dei due fenomeni suddetti sul patrimonio demografico dell’area,
sebbene si tratti solo della fase terminale di una tendenza
di lungo periodo. Infatti, si nota subito che fino a tutti gli
anni settanta la causa depressiva della consistenza demografica
dell’area era essenzialmente l’emigrazione, mitigata
da un saldo naturale positivo; mentre negli ultimi due decenni
del secolo scorso al saldo migratorio negativo (sebbene dimezzato
in valore assoluto) si è aggiunto un saldo naturale anch’esso
negativo come conseguenza di una consistente diminuzione del
tasso di natalità e di un incremento, sia pure frazionale,
di quello di mortalità.
Il raffronto con l’intera provincia di Foggia (Figg. 2a-d),
notoriamente area tradizionale di emigrazione, mette ancora
più in rilievo l’andamento negativo del comprensorio
comunitario: il quoziente di natalità è sempre
al disotto di quello provinciale, mentre quelli di mortalità
e di emigrazione si situano costantemente al di sopra. E’
vero che alla fine del periodo di osservazione sembra delinearsi
una tendenza all’allineamento tra la dinamica migratoria
dell’area e quella provinciale, ma l’evoluzione
naturale resta sostanzialmente immutata. Ciò vale a dire
che anche quello che in passato costituiva un punto di forza
del comprensorio montano, oggi e in prospettiva è diventato
un ulteriore fattore di fragilità. Resta comunque il
segnale positivo rappresentato dal miglioramento della dinamica
del saldo migratorio almeno rispetto alla provincia, confermato
anche alla scala comunale visto che il numero dei comuni con
avanzi nel rapporto relativo alle componenti migratorie è
crescente, sebbene largamente minoritario.
Tuttavia dall’osservazione dei dati alla scala comunale
si nota che ancora nel 1999 permangono indici di emigrazione
dell’ordine del 50 e del 40 per mille in Comuni di piccola
dimensione come, rispettivamente, Celle San Vito e Faeto, ma
anche dell’ordine del 25 per mille in Comuni grandi o
medi per il contesto territoriale in esame, come Ascoli Satriano
e Accadia. Si tratta, quindi, di andamenti assai contraddittori,
i cui effetti cumulati sembrano però orientati verso
il depauperamento del patrimonio demografico del comprensorio
comunitario.
Un apparente segnale positivo in un quadro di mediocrità
è dato dal tasso di attività dell’area,
che sopravanzava di due punti quello della provincia, così
come quello di occupazione. Purtroppo, anche questa indicazione
va interpretata nei limiti delle peculiarità della realtà
locale, nella quale la popolazione in condizione professionale
iscritta nel settore agricolo sopravanza di ben 13 punti quella
provinciale, esattamente all'opposto di quella iscritta nel
comparto dei servizi, essendo uguale l’indicatore dell’industria.
Come è noto, in agricoltura i casi di occupazione piena
(almeno 181 giornate) sono una minoranza rispetto a quelli di
sottoccupazione (a 51 o 102 giornate) che danno diritto a godere,
appunto, del trattamento di disoccupazione, cioè di un
trasferimento sociale sostitutivo del reddito monetario non
ottenuto a causa della perdita della condizione di occupazione
( Tavv. 6 e 7).
La lettura incrociata di questi andamenti genera un messaggio
conclusivo diretto a sollecitare l’adozione di politiche
integrate, idonee a creare le condizioni per la crescita delle
opportunità di occupazione in loco, compatibili con il
miglioramento della qualità della vita e con i vincoli
di salvaguardia ambientale. In mancanza, è fin troppo
facile pronosticare un improbabile riequilibrio spontaneo delle
classi attive della popolazione ed, al contrario, un ulteriore
invecchiamento, come dire una dipendenza dall’esterno
crescente a causa della prevalenza della componente non produttiva
della popolazione rispetto a quella potenzialmente in grado
di produrre. Nel lungo periodo l’andamento in atto, nonostante
le letture positive che si sono volute fare di alcuni indicatori
parziali, porta a far prevedere un rafforzamento della tendenza
ad abbandonare una zona montano-collinare interna della Puglia,
le cui caratteristiche -singolari per la regione- richiedono
una politica di sviluppo locale anch’essa unica, se non
straordinaria.
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